L’evoluzione del commercio internazionale e le sfide future per le PMI

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Riflettere sulla relazione tra commercio internazionale e prosperità economica e analizzarne l’interdipendenza hanno sempre occupato una posizione di primo piano fin dalle origini della scienza economica. A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, la crescita del Commercio Internazionale - al netto ma anche al lordo di tutte le contraddizioni e differenziazioni - è stata accompagnata da un aumento reale dei redditi pro capite in tutto il mondo nel tentativo di redistribuire la ricchezza attraverso l’integrazione nell’economia mondiale di geografie e destini sempre più ampi.

In occasione dei suoi 50 anni di attività, l’International Trade Center – ITC ha presentato a Ginevra lo scorso 10 giugno, presso la sede del World Trade Organization – WTO, il Rapporto: “50 Years of Unlocking SME Competitiveness. Lessons for the Future.”

Istituito inizialmente come International Trade Information Center nel 1964 per volontà congiunta delGeneral Agreement on Tariffs and Trade - GATT (“antenato” del WTO) e dell’ONU, fu solo a partire dal 1° gennaio 1968 che l’ITC iniziò ad operare nella veste a noi nota. Il Direttore Generale del GATT, Eric Wyndham White ne sintetizzava e tracciava con queste parole la mission:

“In sostanza il compito è quello di agire da catalizzatore per aiutare gli esportatori dei paesi meno sviluppati ad avere lo stesso accesso immediato ai dati commerciali e di mercato, per esportare know-how e competenze tecniche come queste sono attualmente disponibili per i loro colleghi nei paesi sviluppati attraverso i rispettivi servizi nazionali di consulenza e promozione commerciale.”

Naturalmente nel tempo mission e struttura dell’ITC si sono ampliate rispondendo alle nuove esigenze dettate dall’evolversi di tempi, modi e dinamiche dello svolgersi dei rapporti umani e di conseguenza politici. Inizialmente, nel 1964, la struttura poteva contare solo su poche decine di funzionari mentre oggi sono oltre 300 funzionari specializzati provenienti da 74 diversi Paesi del mondo a prestare servizio a Ginevra e presso la sede periferica di Città del Messico, così come la rinnovata mission sul sito ITC viene così sintetizzata:

“Promuovere lo sviluppo economico sostenibile e contribuire al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio nei paesi in via di sviluppo e nei paesi con economie in transizione attraverso il commercio e lo sviluppo del business internazionale.”

In questo mezzo secolo l’ITC è stato sicuramente un osservatore privilegiato e consapevole dell’affermazionedella Promozione Commerciale e dello Sviluppo della Competitività come priorità indiscusse per sostenere lo Sviluppo Economico. La sua efficiente azione d’informazione, assistenza e consulenza ha contribuito a creare nei Paesi in Via di Sviluppo le infrastrutture di promozione commerciale, riuscendo a far comprendere l’importanza dell’integrazione nell’economia mondiale quando il commercio non faceva parte dei Programmi di Sviluppo e non erano minimamente contemplati Programmi di Cooperazione Tecnico-Commerciali.

Uno sguardo al passato

Analizzando i numeri snocciolati dal Rapporto è difficile dar torto al Montesquieu de “L’Esprit de Lois” che nel1748 non aveva dubbi ad affermare:

“E’ quasi una massima generale che ovunque esistono pacifici costumi esiste il commercio, e ovunque esiste il commercio esistono pacifici costumi.”

Dal 1950 al 2008 il Commercio Mondiale è cresciuto 27 volte, 3 volte in piu’ rispetto al PIL mondiale e se nel 1960 il Commercio ne rappresentava il 25%, nel 2012, oggi, rappresenta il 60% del PIL mondiale.

Naturalmente il livello d’integrazione nell’Economia Mondiale è diversificato e le diverse zone del mondo, di conseguenza, ne hanno beneficiato in maniera disomogenea.

Nei Paesi dell’Est e Sud Asia, (regione molto popolosa del mondo, basti pensare alla “potenza demografica” diCina, India, Bangladesh, Pakistan, Indonesia, Filippine e Vietnam) si è assistito, negli ultimi 20 anni, a unacrescita costante nel tempo del reddito pro capite rispettivamente del 700% e del 220%, stessa cosa non si può dire per i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana e per i Paesi Meno Sviluppati dove nello stesso periodo di tempo il reddito pro capite è cresciuto rispettivamente del 12% e del 60%. (Grafico 1)

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Negli anni sessanta il commercio mondiale era dominato da pochi paesi sviluppati (Germania, Francia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) che rappresentavano il 50% di tutti i flussi commerciali di merci, nel tempo si è assistito a un riequilibrio della produzione di ricchezza nel mondo e così se nel 1970, i Paesi in Via di Sviluppo contribuivano con il 16% al PIL mondiale nel 2011 la loro quota è quasi raddoppiata raggiungendo il 30% e di pari passo la loro quota di esportazioni mondiali di merci è aumentata passando dal 22% nel 1965 al 42% nel 2012.

Un’ulteriore evidenza è l’affermazione del commercio e della cooperazione tra i Paesi del Sud e le Economie in Transizione che nel 2012 ha rappresentato il 45% del totale dell’interscambio mondiale di merci e, ad aumentare è anche il valore medio delle esportazioni provenienti dai paesi a basso-medio reddito destinate agli “emergenti emersi” (Brasile, Russia, India e Cina) dal 1996 al 2008 questo è aumentato del 444%. (Grafico 2)

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Il presente e le contingenze

Ad emergere chiaramente è come nel tempo il traino per la crescita costante del Commercio Internazionale sia stato rappresentato non solo dall’evoluzione tecnologica e dall’avvento della rivoluzione informatica ma anche dal nuovo contesto internazionale e dalla conseguente apertura dei mercati.

Automazione industriale, razionalizzazione dei trasporti (containerizzazione, intermodalità, trasporto aereo, organizzazione hub-spoke) e “rivoluzione informatica” sono stati fattori fondamentali per domare tempi e spazi e far crescere la produttività tanto quanto l’evoluzione del contesto internazionale per un mondo più aperto e competitivo.

E’ soprattutto a partire dalla fine degli anni Ottanta e più in generale con il crollo del sistema bipolare che si è assistito all’apertura dei mercati con conseguente crollo di tariffe e restrizioni al commercio anche in ragione dell’affermazione, nel tempo, di politiche nazionali per favorire la competitività sul piano interno per orientare la produzione industriale verso l’export, agganciandosi così alla domanda internazionale di beni e servizi.

Il rovescio della medaglia è sicuramente rappresentato dall’emergere di Barriere Non Tariffarie (ad esempio standard di prodotto, norme anti-dumping, certificazioni, ecc.), principalmente Barriere Tecniche al Commercio (TBT) e Standard Sanitari e Fitosanitari (SPS) che interessano i prodotti agricoli. (Grafico 3)

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In campo agricolo l'uso di standard pubblici e privati, è in costante aumento: il numero di notifiche di nuove misure sanitarie e fitosanitarie presentate al WTO dalle poche centinaia a metà degli anni novanta sono arrivate oggi a oltre 13.000 mentre il numero di produttori certificati da GlobalGAP, organizzazione globale conl’obiettivo di garantire un’agricoltura sicura e sostenibile in tutto il mondo prevedendo degli standard volontari per la certificazione dei prodotti agricoli, che conta oggi oltre 120.000 aziende certificate rispetto alle circa 20.000 di metà degli anni novanta.

La nascita di Organizzazioni Regionali (APEC, ASEAN, MERCOSUR, Comunità Andina, GCC, SADC, ecc.) che guardano all’esempio dell’Unione Europea come regola aurea da seguire per la creazione di un mercato comune, l’affermazione prioritaria di politiche commerciali e nuovi negoziati incentrati su Internazionalizzazione dei servizi al commercio, Promozione degli Investimenti, Public Procurement e Partenariato Pubblico-Privatoe il proliferare di accordi bilaterali di libero scambio hanno generato un movimento internazionale di capitali e conoscenze che ha favorito la crescita esponenziale degli IDE. Tutto ciò si lega a doppio filo aldinamismo dei paesi emergenti dove concretamente si assiste a una maggiore differenziazione delle esportazioni. (Grafico 4)

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Come abbiamo già notato non tutti i Paesi sono stati in grado di cogliere i benefici derivanti dall’apertura dei mercati globali e le economie dei Paesi Meno Avanzati (LDC’S) non si sono evolute verso la produzione industriale e rimangono ancora oggi dipendenti dalle esportazioni di beni agricoli e materie prime. Tra gli indicatori più critici in questi Paesi vi è proprio il Tasso di Sopravvivenza degli Esportatori che rimane molto basso ed è condizionato dai costi del commercio e spesso da situazioni logistiche catastrofiche. Discorso diverso nei Paesi Emergenti che possono contare su quote importanti di mercato ma a beneficiarne, spesso, vi sono “solo” grandi esportatori con ruoli quasi monopolistici in patria e un ruolo sempre più importante nella finanza internazionale così come i loro governi e con l’intento di affermare il proprio prestigio e la propria reputazione in campo internazionale. (Per un approfondimento si rimanda all'articolo "Emerging Donors alla ricerca di lode e reputazione")

Uno sguardo al futuro

La riduzione dei costi commerciali è una sfida complessa e multidimensionale e seppur in un contesto generale sempre più aperto e trasparente, spesso sono le pratiche e le procedure amministrative ad avere un peso non indifferente quando non applicate in maniera razionale e efficiente se non addirittura frutto di una volontà strumentale tesa a distorcere la concorrenza.

Secondo il recente studio World Economic Forum, Bain & Company e World Bank “Enabling Trade Valuing Growth Opportunities”, una riduzione del 50% delle spese sostenute per il commercio da parte dei Paesi più efficienti potrebbe portare a un incremento del PIL mondiale di sei volte, creando più ricchezza dell’eventuale abolizione di tutte le tariffe ancora presenti. Si osserva come naturalmente i guadagni previsti per i paesi africani sono tra i più alti, nel range del 10% del PIL, proprio perché riflettono gli elevati costi commerciali da sostenere in Africa, oggi.

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Guardando ad un futuro non molto lontano il Rapporto individua tre sfide principali per le Piccole e MedieImprese (PMI) che rappresentano in molte realtà, in primis quella italiana, l’ossatura del sistema produttivo.

1)“The rise of the rest”: la crescita progressiva e costante delle economie emergenti continuerà nel tempo e con essa bisogni, aspettative e potere di acquisto delle popolazioni locali. Saper intercettare la domanda proveniente da questi grandi mercati sarà fondamentale e nel caso italiano, ad esempio, possiamo contare sul fatto che le popolazioni di questi paesi “subiscono” genuinamente il fascino del nostro lifestyle.

2)“Connecting SME to Supply Chain”: oggi e sempre di più domani sarà fondamentale per le PMI cogliere virtuosamente i benefici derivanti dalla produzione e distribuzione di beni su scala globale e la conseguente creazione di valore nelle differenti fasi del processo (Global Value Chain). Il problema è di posizionamento ma anche di “sensibilità” nel saper cogliere e individuare innovazioni, innovatori e investitori, proponendo soluzioni sempre più orientate al consumatore in termini di produzione e marketing. Anche in questo caso il Sistema Italia ha le carte in regola per gettare il “cuore oltre l’ostacolo” sia in termini industriali che diplomatici, in alcuni casi ed essere in grado nell’era del “Made in World” di ribadire l’unicità del “Made in Italy” e il valore che porta con se.

3)“Technology innovations foster trade”: le reti telematiche e le piattaforme di distribuzione web rappresentano sicuramente un’opportunità unica per accedere a mercati sempre più vasti in termini e modi diversi rispetto al passato e con costi irrisori, rispetto al passato. I vantaggi per le PMI che vedono ridursi le asimmetrie informative rispetto alle grandi imprese sono evidenti potendo contare su una maggiore apertura in termini di accesso ai capitali, al consumatore e ai potenziali partner. E’ necessario “stare al galoppo” sotto questo profilo e investire sulle innovazioni tecnologiche, saper cogliere le nuove tendenze mentre sarà compito fondamentale delle istituzioni essere più efficienti nell’adattarsi ai nuovi contesti.

Panta rei.

Non possiamo rimanere fermi tutto si muove, qualche titubanza sulle sorti luminose e progressive è legittima viste le ultime tensioni internazionali ma senza paura bisogna aver coscienza del proprio tempo, viverlo e non subirlo. Questa è la sfida, a ognuno il suo ruolo.

 

Fonte: elaborazione a cura di Exportiamo su dati da ITC "50 Years of Unlocking SME Competitiveness. Lessons for the Future". Di Antonio Passarelli, redazione@exportiamo.it

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