RISCHIO HARD BREXIT, QUALI RICADUTE SUL MADE IN ITALY E SULL’ECONOMIA NOSTRANA?

Benché da tutti temuta, l'ipotesi di una "Brexit No-Deal", cioè di un mancato accordo su un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione Europea, è allo stato concreta. Si pongono allora interrogativi sul futuro degli scambi commerciali e degli assetti economici globali, nonché sulle possibili ripercussioni per il Made in Italy.


TEMPI PIÙ LUNGHI PER LA BREXIT, MA L'INCOGNITA "NO-DEAL" RESTA

Si approssimano i tempi della fuoriuscita del Regno Unito dall'UE (c.d. Brexit) con tutte le sue incognite, anche se proprio in questi giorni i leader dell'Unione Europea hanno concesso al governo britannico la possibilità di rinviare questo processo al di là della scadenza originariamente prevista (il 29 marzo, mentre ora si parla del 22 maggio quale nuova data limite), per favorire l'approvazione da parte del parlamento d'oltremanica di un accordo condiviso.

In questa fase il temuto scenario del "No-Deal", cioè di una mancata intesa UK-UE sulle modalità della Brexit, è tutt'altro che scongiurato. È un'ipotesi che nessuna delle parti essenzialmente si augura ma che finora ha visto pochi protagonisti realmente adoperati per evitarla. Giustappunto nella prospettiva di una "Hard Brexit", il Parlamento europeo ha provveduto recentemente a varare una serie di misure di emergenza riguardanti, tra l'altro, l'autorizzazione all'export di determinati prodotti dell'Ue verso il Regno Unito e l'Irlanda del Nord, il proseguimento del programma Erasmus+ e una deroga per proseguire alcuni programmi di cooperazione in corso.

Ci si interroga allora sulle conseguenze riguardanti gli scambi commerciali e gli assetti economici globali, quando il Regno Unito non farà più parte del territorio doganale e fiscale dell’Unione Europea. In caso di mancato accordo, quali regole doganali tra Ue e Gran Bretagna vigeranno per le future relazioni commerciali? E ancora, la Gran Bretagna continuerà a tutelare giuridicamente gli oltre 3.000 prodotti Dop, Igp e Stg iscritti nel registro Ue della qualità? Più specificamente, quali potrebbero essere le ricadute sul Made in Italy e sul sistema delle imprese nostrano?

HARD BREXIT: CONSEGUENZE PESANTI PER L'EXPORT MADE IN ITALY

Il Regno Unito rappresenta uno dei più importanti mercati per le imprese italiane: oltre 23.400 milioni di euro complessivi nel 2018 (dati Istat), al quinto posto tra i Paesi dove esportiamo di più, preceduto solo da Germania, Francia, Stati Uniti e Spagna. I prodotti con certificazione incidono per circa il 30 per cento sul totale dell’export agroalimentare Made in Italy e, senza la protezione europea, rischiano di subire la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione extracomunitari.

Proprio il timore di una Hard Brexit ha fatto registrare, in questo inizio 2019, un aumento del 17,3% delle esportazioni in Gran Bretagna di prodotti alimentari Made in Italy. La preoccupazione dell’arrivo di dazi e ostacoli amministrativi ha spinto i consumatori d'oltremanica a una corsa agli acquisti per fare scorte di cibo e bevande italiane. Un trend cominciato già dallo scorso anno, anche giustificato dal fatto che il Regno Unito dipende molto dall'importazione di cibo estero. Questa spinta all'acquisto di prodotti alimentari Made in Italy rischia però di essere rapidamente affossata da barriere e ritardi doganali che scatterebbero con il nuovo status del Regno Unito di Paese Terzo rispetto all'Unione Europea. Il food italiano rischierebbe allora di diventare troppo costoso.

In concreto, come recentemente reso noto da Coldiretti, il governo britannico ha già provveduto alla pubblicazione di un nuovo regime tariffario all’importazione nell'eventualità di un No-Deal. Si riportano, ad esempio, dazi di circa 25 euro al quintale pronti a scattare, a seguito della Brexit, per le importazioni di tutti i tipi di formaggio grattugiato. E, tra le merci alle quali Londra intende garantire tutele particolari per sostenere allevatori e agricoltori locali, figurano inoltre prodotti alimentari come carne di manzo, agnello, maiale, pollame e lattiero-caseari. Ma anche il comparto delle automobili andrà a seguire questa impostazione.

FONDAMENTALE SUPERARE LE INCERTEZZE DELLA BREXIT, ANCHE PER L'ABRUZZO

Ça va sans dire, lo scenario di una Brexit senza accordi avrebbe conseguenze pesanti per le esportazioni e per le aziende abruzzesi. Nel settore del vino, dove la grande distribuzione organizzata è un fattore determinante, il Montepulciano d'Abruzzo trova nel Regno Unito il suo quinto mercato di sbocco assoluto, con incrementi nelle esportazioni superiori al 30% nel 2018. L'ultimo monitoraggio (terzo trimestre 2018) di Intesa Sanpaolo sui distretti tradizionali regionali, poi, collocava il Regno Unito al quarto posto tra i principali mercati per l’export, con ottimi indicatori nell'ambito dei mercati maturi (che pesano, ricordiamolo, per i tre-quarti delle esportazioni abruzzesi). L’export made in Abruzzo resterebbe pertanto fortemente imbrigliato dal combinato disposto dell’applicazione delle tariffe doganali e della probabile svalutazione della sterlina.

È soprattutto il quadro globale delle incertezze che va fondamentalmente superato, e che trattiene l’economia del continente europeo in una continua spirale negativa. Molti analisti sono convinti che le incognite del Brexit No-Deal, insieme a quelle derivanti dalla guerra commerciale accesa dagli Stati Uniti su scala mondiale, stiano minando in modo sostanziale il clima di fiducia delle imprese e dei consumatori, facendo precipitare l'economia dell'UE in un circolo vizioso.

In questa prospettiva, si ha quasi la sensazione che lo spettro di una mancata intesa sulla Brexit pesi più della Brexit stessa. Ed allora, un accordo tra Londra e le capitali europee per un’uscita ordinata del Regno Unito dall’Unione potrebbe favorire almeno in parte un chiarimento della situazione, contribuendo a una ridefinizione puntuale delle regole e consentendo nel contempo ai sistemi produttivi di valutare effettivamente le nuove opportunità che si apriranno.

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